Con la recessione impiegati demotivati

In tempi di recessione anche le ambizioni e le speranze dei lavoratori perdono slancio e sembra non resti altro che sperare di mantenere il proprio impiego.

Secondo una ricerca della Global Workforce Study 2010 di Towers Watson, società di consulenza nelle risorse umane, che ha sentito più di ventimila dipendenti di aziende di 22 Paesi , solo 17 europei su cento si dichiarano davvero coinvolti da quel che fanno ogni giorno in ufficio (13 in Italia).

Le ragioni di questa involuzione, secondo Edoardo Cesarini della divisione italiana di Towers Watson, vanno in parte ricondotte alla crisi, ma anche ai “tagli dei costi e dei posti di lavoro nell’ultimo anno hanno sicuramente scosso molte certezze e modificato le aspettative delle persone. Tuttavia il livello di ‘coinvolgimento’ è anche riconducibile a specifiche pratiche e comportamenti organizzativi su cui le aziende possono e devono intervenire”.

La gran parte dei lavoratori si è ritrovata a dovere dire addio alle opportunità di carriera accontentandosi, nel migliore dei casi, di un aumento retributivo.

Molti degli intervistati lamentano, infatti, un appiattimento delle strutture organizzative e poca trasparenza riguardo le concrete opportunità di carriera. Molti sono i dipendenti, inoltre, che “lamentano la crescente non equità tra le retribuzioni degli executive ed i risultati da loro effettivamente conseguiti”.

Il problema non è solo di chi lavora ma riguarda, da vicino, anche l’organizzazione delle imprese. L’insoddisfazione potrebbe presto tradursi in fuga dei dipendenti insoddisfatti più talentuosi, verosimilmente proprio quando l’economia ricomincerà a girare per il verso giusto.

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