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Gli scatti d’anzianità

Nei contratti collettivi esiste una voce retributiva che corrisponde alla esigenza di valorizzare l’anzianità di servizio del dipendente presso la stessa azienda.

La scadenza degli scatti è determinata dal contratto collettivo e di solito maturano ogni due o tre anni.  Normalmente lo scatto viene maturato all’inizio del mese successivo all’assunzione.

Lo scatto matura solo per l’anzianità acquisita presso la stessa azienda. In caso di cambiamento d’azienda il dipendente inizia a maturare una nuova anzianità.

Anche il valore degli scatti e il numero massimo di scatti raggiungibili sono determinati dai contratti collettivi. Praticamente tutti i contratti collettivi hanno definito una scala di valori ad importo fisso suddivisi per livello contrattuale di inquadramento del dipendente.

La maggior parte dei contratti prevede anche che il valore degli scatti si sommi ai valori precedentemente maturati in base alla situazione contrattuale e di inquadramento raggiunta dal dipendente.

In tutti i contratti collettivi è espressa la clausola di non assorbibilità degli scatti, vale a dire che: se il dipendente ha una retribuzione più elevata del minimo contrattuale, la differenza che solitamente viene identificata con la voce di “superminimo”, non può diminuire al fine di lasciare inalterata la retribuzione.

La diminuzione della retribuzione

La materia della riduzione della retribuzione è, in primo luogo, regolamentata, dall’art.2103 c.c., secondo il quale: «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione (…) Ogni patto contrario è nullo».

Secondo la giurisprudenza prevalente, la riduzione della retribuzione è da considerarsi legittima a condizione che si osservino determinati limiti:
1) la riduzione della retribuzione deve, innanzitutto, costituire oggetto di un accordo tra le parti: è pertanto necessario il consenso del lavoratore;
2) la riduzione del trattamento economico non può accompagnarsi ad una modifica in peius delle mansioni, così realizzando un demansionamento;
3) la riduzione della retribuzione non può, comunque, essere tale da far scendere il trattamento retributivo complessivo al di sotto dei minimi tabellari, poiché in tale ipotesi si integrerebbe una violazione dell’art. 36 della Costituzione.

In sostanza, il principio dell’immutabilità delle mansioni e dell’irriducibilità della relativa retribuzione si riferisce all’aspetto qualitativo delle mansioni e non a quello quantitativo. Pertanto, le parti possono convenire una riduzione della retribuzione rispetto a quella pregressa a condizione che non vi sia modificazione in peius dell’inquadramento e del livello retributivo tabellare minimo.

Quanto alle modalità pratiche di attuazione della modifica in questione, la formalizzazione dell’accordo di riduzione della retribuzione potrà avvenire attraverso la redazione di una scrittura privata sottoscritta direttamente tra datore di lavoro e lavoratore interessato.

L’etica professionale e la retribuzione

Secondo uno studio pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Economic Behavior & Organization, chi presta attenzione agli aspetti etici della professione viene penalizzato in termini retributivi.

Un risultato apparentemente contradditorio se si pensa che sempre più aziende prestano attenzione ai temi della correttezza e dell’etica negli affari.

Secondo la ricerca, i professionisti che hanno indicato di prestare attenzione ai valori etici sono quelli che hanno gli stipendi più bassi. La penalizzazione può arrivare fino al 6,5 per cento quando nel proprio curriculum di studi sono presenti corsi e materie che privilegiano questo tipo di tematiche.

In controtendenza i dati per quanto riguarda la componente femminile nel mondo del lavoro. Per le donne, infatti, sembra non esserci alcuna correlazione tra il peso che danno ai comportamenti etici e il livello della loro retribuzione. Al contrario, quando nel loro curriculum ci sono studi specifici sui temi dell’etica, la loro retribuzione arriva a essere addirittura più alta del 5,5 per cento rispetto alla media.

L’etica ha così, di fatto, un effetto livellatore capace di attenuare le disparità retributive tra uomini e donne.

Vale la pena sottolineare che il concetto di etica professionale è di difficile definizione ed è soggetto ad essere diversamente interpretato a seconda dell’attività svolta, del luogo e del momento storico.