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Il geometra fiscalista

Il geometra diventa fiscalista. Sono sempre più numerosi gli studi tecnici, i notai e i commercialisti che se ne servono per ottenere i dati relativi alle proprietà immobiliari dei loro clienti.

Un’opportunità di lavoro in più per i giovani perché, com’è emerso dal convegno sull’evoluzione della professione, organizzato a Milano dal Centro Servizi Confcontribuenti in collaborazione con il Consiglio Nazionale Geometri, chi riesce a seguire anche questo aspetto del business immobiliare ha una marcia in più per entrare nel mondo del lavoro,

L’incontro ha messo in luce una forte crescita delle competenze fiscali dei geometri, in passato considerate marginali. In base a un’indagine condotta fra i 100 mila geometri italiani iscritti all’albo, il 10% svolge anche attività di fiscalista. Questo ruolo viene anche riconosciuto dagli Studi di settore, in cui si indica che i geometri professionisti rientrano fra i soggetti abilitati a svolgere l’attività di compilazione della dichiarazione dei redditi.

Per venire incontro alle esigenze formative richieste da un’area così complessa e in continua evoluzione, come quella fiscale, il Consiglio Nazionale dei Geometri ha firmato una convenzione con Caf Confcontribuenti. Come ha spiegato Fausto Savoldi, presidente del Consiglio Nazionale Geometri “La convenzione non fa che dettare le regole e l’aggiornamento indispensabili per valorizzare al meglio la consulenza a tutto campo di un professionista già molto vicino al territorio e abituato a gestire sotto diversi aspetti, compresi quelli fiscali, le proprietà del cliente.”

Nel lavoro conta l’esperienza

Mentre agli inizi della carriera professionale il titolo di studio ha un peso significativo nella scelta dei candidati da parte dell’azienda selezionatrice, con il procedere della carriera il possesso di un determinato titolo di studio conta sempre di meno, diventando quasi ininfluente.

Questo è quanto emerge, oltre che dalla comune esperienza, da un’indagine di Hays, società di recruiting, condotta in Italia su un campione di 2.500 professionisti. In fase di selezione del personale, nel 90% dei casi la laurea non viene neppure presa in considerazione.

Secondo la ricerca Hays, quello che conta davvero per il selezionatore è l’esperienza maturata (90,3%), mentre il titolo accademico viene considerato importante da meno del 10% degli intervistati. Oggi, i requisiti ritenuti più importanti dai selezionatori sono: il know how, la capacità di problem solving, la capacità di lavorare in team, l’onestà, l’affidabilità e la flessibilità. Sempre più importante e la conoscenza delle lingue, richiesta dal 76,6% delle aziende. Oltre all’inglese, meglio se si conosce una seconda lingua, preferibilmente il francese, il tedesco, lo spagnolo, il portoghese o il cinese.

Va posto l’accento su come, sempre più spesso, i percorsi di carriera portino a occupare posti di responsabilità che non corrispondono necessariamente con gli studi fatti. Non è raro il caso, ad esempio, di ingegneri chiamati a dirigere l’area delle risorse umane, in teoria più appropriata per chi ha svolto studi umanistici o magari in psicologia.

La retribuzione delle donne manager

Per quanto possa apparire sorprendente, la differenza salariale fra uomini e donne vale “solo” il 5%. Peccato però che questo dato si riferisca esclusivamente alle posizioni manageriali.

Questo è quanto emerge della ricerca elaborata dall’osservatorio sul Diversity Management della Sda Bocconi, in collaborazione con Hay Group Italia, su un campione di 222 aziende e oltre 8mila dirigenti.

Secondo Chiara Paolino, estensore della ricerca, “Questo dato evidenzia una netta e chiara discriminazione di genere, enfatizzata anche dal fatto che sulle posizioni manageriali il confronto è fra i molti uomini e le poche donne che le ricoprono. Inoltre, e questo dato è forse ancora più forte, ad ogni passaggio di carriera gli uomini incrementano la loro remunerazione del 2,7% in più rispetto alle colleghe. Ma c’è altro: a parità di ruolo, gli incentivi a target prefissati (e quindi ipotizzati e scommessi rispetto alle potenzialità del collaboratore) sono inferiori del 6,4% e quelli effettivamente erogati del 5%”.

Secondo l’osservatorio di Mercer, società di consulenza organizzativa , invece, come sostenuto da Marco Morelli, responsabile Italia Human Capital, “non ci sono significative differenze retributive fra i dirigenti che riportano direttamente all’amministratore delegato, anche se pure in questo caso le donne sono una assoluta minoranza. La forbice salariale invece aumenta di più del 10% per quanto riguarda quella popolazione femminile sempre più numerosa di dirigenti di prima nomina e quella immediatamente successiva di professional che ricoprono posizioni-chiave per l’azienda; ancora di più, quindi, rispetto ai dati Bocconi.”

Il welfare aziendale

Aumenta la domanda di welfare aziendale anche a causa dell’estrema debolezza del welfare pubblico.

Sono soprattutto le donne ad avere bisogno di sostegno per riuscire a conciliare l’impegno in azienda con la conduzione della vita familiare. Per questo ed altri motivi ci si rivolge al datore di lavoro che però riesce a coprire solo in modo parziale la domanda, sia per impostazione culturale sia per l’oggettiva impossibilità di sostituirsi allo stato.

Questo è quanto emerge dall’indagine condotta da Astra-Ricerche su commissione della Edenred, la società titolare del marchio Ticket Restaurant.

I benefit più richiesti sono, i ticket restaurant (57%), l’orario flessibile (56%), la mensa aziendale (54%), il telelavoro (53%), gli asili nido aziendali (47%).

Dei 20 benefici aziendali testati da Astra-Ricerche, risulta che il 35% dei lavoratori non ne gode alcuno, percentuale che sale al 51% nel caso delle piccole aziende (da 16 a 50 dipendenti).

Il dato più significativo che emerge dell’indagine è costituito dalla grande domanda di welfare aziendale che rimane insoddisfatta. Alcuni esempi: il telelavoro è richiesto dal 52% dei dipendenti ma solo il 9% lo esercita; i corsi di lingua desiderati dal 48%, sono goduti dall’8%; gli asili nido richiesti dal 47%, sono a disposizione solo del 5%. Migliore il dato dei benefit alimentari, usufruiti dal 50% di chi li desidera.