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L’ossessione del capo ufficio

contestazioneSecondo l’indagine realizzata dall’azienda di consulenza Lynn Taylor Consulting, ogni settimana i dipendenti passano in media quasi 20 ore a interrogarsi su quello che dice o pensa il capo. Durante i giorni lavorativi gli impiegati dedicano 13 ore a riflettere sui comportamenti del proprio capo. L’ossessione permane anche nei  giorni festivi, durante i quali i dipendenti pensano al capo-ufficio per altre 6,2 ore.

Molto spesso la ragione di questo interrogarsi è riconducibile a quello che gli impiegati descrivono come un comportamento puerile del responsabile. Più che guardare al capo come a un tiranno, i dipendenti pensano a lui come a un adolescente irrequieto.

L’indagine mette in luce anche la relazione che lega la sfera emotiva alla produttività. Una buona gestione dell’emotività, spiega l’autrice, può consentire inaspettati incrementi di produttività e quindi favorire la crescita dell’azienda.

Gli strumenti che gli impiegati possono impiegare per difendersi da questi capi bizzosi, sono innanzitutto l’ascolto e la comunicazione. Ma tutto questo spesso non basta. Serve soprattutto la capacità di mantenere la calma quando cresce la pressione e in questo, il senso dello humor può essere di grande aiuto.

Insomma, per essere un buon impiegato bisogna saper ascoltare, sapere comunicare, essere paziente e ironico ovvero avere le caratteristiche di cui dovrebbe essere in possesso proprio un buon capo.

Cosa infastidisce in ufficio

Secondo un sondaggio realizzato da Monster, a innervosire gli impiegati sul luogo di lavoro è soprattutto l’eccessiva vicinanza con i colleghi e le troppe parole pronunciate dai manager. Quattro dipendenti su dieci hanno confessato di provare profonda irritazione quando si ritrovano a dovere sopportare le invasioni da parte di quei colleghi che non sanno contenersi nell’ambito della propria scrivania trattenersi.

Gli uffici sono diventati una specie di micromondo, per tanti l’unica opportunità di contatto sociale e quindi anche il luogo dove fare dispetti e coltivare l’invidia.

A dare maggior fastidio, nei moderni open space, c’è il rumore di fondo formato dal chiacchiericcio al telefono dei tanti colleghi sparsi ma vicinissimi e quando qualcuno si spinge a chiedere di fare più piano si scatenano liti furibonde.

Dopo i colleghi, a dare fastidio, ci sono i superiori, con i loro discorsi privi di concretezza e le loro promesse non mantenute. Danno fastidio a un terzo degli impiegati.

Altra occasione di fastidio, sono le riunioni e gli incontri che si susseguono nell’arco della giornata e della settimana. Occasioni di confronto che invece di contribuire a risolvere i problemi, finiscono per rendere più complicato quello che dovrebbero rendere più facile.

Tra i suggerimenti proposti dagli autori del sondaggio, c’è quello di utilizzare delle cuffie e ascoltare della musica per difendersi dai rumori dell’ufficio,. Riguardo le riunioni, si dovrebbe cercare di parteciparvi solo quando è assolutamente necessario.

In ufficio meglio una cosa per volta

Ricerche di neuroscienze, come quella della Stanford University di Palo Alto pubblicata su “Proceedings of the National Academy of Sciences”, stanno dimostrando come il multitasking peggiori progressivamente le performance del cervello.

Contro il multitasking, si pronuncia, ora, anche il consulente aziendale statunitense Dave Crenshaw nel suo “Una cosa per volta. Quando fare tutto è come fare niente” (Sperling & Kupfer).

Secondo Crenshaw “Il multitasking non è una bugia, è peggio. E’ una bugia perché in questo nostro mondo frenetico praticamente tutti l’accettano come una verità assodata. Abbiamo tutti adottato questo stile di vita. La gente va fiera delle proprie capacità di fare mille cose insieme, ma la verità è che il multitasking non è né una cosa reale né una forma di efficienza”.

Secondo Crenshaw, undici è il numero medio di minuti che si dovrebbe dedicare a un progetto prima di pensare ad altro ma, soprattutto, le più comuni interruzioni sul lavoro fanno perdere mediamente 2,1 ore di produttività al giorno. Il cervello, infatti, non è in grado di pensare due cose alla volta.

“Quando cerchiamo di fare più cose per volta coinvolgendo un’altra persona – continua Crenshaw -, per esempio dedicandogli un’attenzione frammentaria e non più di qualche attimo rubato a qualcos’altro, il costo è superiore al mero calcolo del tempo sprecato: il nostro comportamento finisce per danneggiare il rapporto con gli altri”.

Come affrontare il problema. “Il fattore chiave – spiega Crenshaw – è pianificare in anticipo la giornata, in modo da stabilire quando occuparsi di ogni cosa (dalle telefonate alle riunioni con colleghi e dipendenti, fino al tempo per se stessi e per la famiglia) e non saltare continuamente da una cosa all’altra”.