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Il lavoro a domicilio

da casa


Il lavoro a domicilio
rappresenta una forma particolare di lavoro dipendente a cui si applicano condizioni simili al lavoro subordinato.
La particolarità consiste nel fatto che il lavoro è svolto presso il domicilio del lavoratore anziché presso i locali dell’azienda.

Con la legge n. 877/73 e successive modifiche e integrazioni, si sono riconosciute particolari tutele a questa forma di lavoro grazie anche all’istituzione di commissioni per il lavoro a domicilio.

Nel lavoro a domicilio il lavoratore può avvalersi dell’ausilio dell’opera dei membri della famiglia, ma non di manodopera salariata.

L’assunzione può avvenire solo tramite i Centri per l’Impiego, presso i quali è istituito un registro dei lavoratori a domicilio dove sono iscritti i lavoratori che ne fanno richiesta.

I datori di lavoro che intendono commissionare del lavoro a domicilio devono iscriversi ad un apposito registro istituito presso la Direzione provinciale del Lavoro.

La retribuzione dei lavoratori a domicilio deve essere determinata sulla base di tariffe di cottimo pieno stabilite dai contratti collettivi della categoria di riferimento, o in mancanza di indicazioni in questi da una commissione decisa a livello regionale.

Anche i contributi a carico dei lavoratori a domicilio e le prestazioni previdenziali sono gli stessi corrisposti alla generalità dei lavoratori dipendenti, tranne anche qui per alcune peculiarità legate alla natura del loro rapporto di lavoro. In particolare i lavoratori a domicilio sono esclusi dalla applicazione della normativa CIG.

Lavorare a casa

Il sessanta per cento degli impiegati del mondo dei servizi non ritiene sia necessario essere presenti in ufficio per essere più produttivi.

Questo è quanto emerge dall’indagine realizzata da Cisco, operatore mondiale attivo nel settore delle soluzioni di rete, che ha coinvolto 2.600 lavoratori e professionisti dell’IT di Italia, Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Stati Uniti, Messico, Brasile, Russia, India, Cina, Giappone e Australia.

A pensarla così sono soprattutto gli indiani che per il 93 per cento ritengono che la presenza non incida sul livello di produttività. Tra gli italiani il 53 per cento pensa che sia necessario essere presenti in ufficio per prendere decisioni, perché nulla sostituisce l’interazione tra le persone. Con noi mostrano un particolare attaccamento all’ufficio e alle relazioni concrete, anche giapponesi e tedeschi.

Convinti che sia possibile riuscire a portare avanti il lavoro, anche con maggiore produttività, senza andare ogni giorno in ufficio, il 66 per cento è disposto a rinunciare al 10 per cento della retribuzione pur di avere la chance di lavorare con maggiore autonomia. In Italia la percentuale sale al 68 per cento.

Circa quattro lavoratori su dieci ritengono che l’accesso remoto sia un diritto, e tra quelli che hanno accesso alle reti aziendali circa la metà ammette di lavorare tra due o tre ore in più, mentre il venticinque per cento lavora almeno quattro ore in più al giorno e un altro dieci per cento, ammette di essere sempre online e che lavora per “tutto il tempo che è sveglio”.

Circa un quarto dei lavoratori è consapevole che qualche volta è importante ritrovarsi in un ufficio soprattutto per partecipare a riunioni ma non ritiene sia necessario recarsi in ufficio per le mansioni quotidiane e di routine.